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domenica 24 maggio 2020

Nascente dalle acque: la Venere Anadiomene

La Venere Anadiomene (in greco antico Ἀφροδίτη Ἀναδυομένη, cioè "nascente dalle acque, dal mare") è forse uno dei soggetti più famosi e iconografici della Storia dell'Arte. Oltre a La nascita di Venere di Sandro Botticelli, numerosi sono stati i pittori che si sono dedicati a raffigurare la dea nascente dalle acque. Fra tutti coloro che si impegnarono a rappresentare il nudo ideale femminile ricordiamo Jean-Auguste-Dominique Ingres e Tiziano Vecellio.

Il pittore francese, massimo esponente della pittura neoclassica, raffigura la Venere in piedi con le braccia alzate mentre afferra i capelli ancora gocciolanti. Sul dipinto stesso sono riportate le date della prima stesura e della definitiva realizzazione del dipinto. Un arco di quaranta anni che va dal 1808 al 1848. L'opera d'arte è oggi conservata presso il Musée Condé nel Castello di Chantilly a nord di Parigi.

Venere Anadiomene, Jean Auguste Dominique Ingres, olio su tela, 163 x 92 cm

Dopo questa breve descrizione passiamo invece alla Venere del pittore della scuola veneziana.
Nel dipinto di Tiziano, risalente al 1520, è raffigurata la donna mentre esce dall'acqua, con le gambe ancora immerse fin sopra la coscia. La Venere, intenta a districare i propri capelli, è leggermente piegata in avanti. Una minima torsione del busto tipica della statuaria classica. È completamente nuda, al fine di mostrare all'osservatore la sua bellezza senza alcun filtro. Importante è la conchiglia di capasanta che galleggia sulla superficie marina, l'elemento che rimanda alla nascita di Venere. Ella sarebbe nata da una conchiglia, la quale dopo una lunga navigazione si sarebbe arenata sulle rive del mare di Cipro.

Venere Anadiomene, Tiziano Vecellio, olio su tela, 73.6 x 58.4 cm, National Gallery of Scotland

 

Il particolare della conchiglia nella Storia dell'Arte


venerdì 22 maggio 2020

La fecondità delle acque

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

 La nascita di Venere, Sandro Botticelli, 1485, Gallerie degli Uffizi

14 versi per celebrare la patria natale o meglio la patria ideale di Niccolò Foscolo, il poeta e scrittore italiano nato a Zante nel 1778. Un sonetto in cui il poeta, identificandosi con la figura di Ulisse, piange la sua agognata terra e profetizza per sè stesso un esilio perpetuo.

È proprio all'interno di tale componimento poetico che emerge la figura dell'Acqua, la sostanza che ha assistito alla nascita di Venere e che ha reso feconde le sponde della città di Zacinto, l'odierna Zante. Esattamente come quest'ultima, anche l'Acqua si carica di sacralità. Nelle acque della Grecia, terra della poesia e della mitologia, nacque Venere, la dea romana della bellezza e dell'Eros. La donna pura, semplice e dall'eterna bellezza disadorna dell'anima che emerge dalle acque. 
Sorge dunque spontaneo chiedersi: 
"Perchè la dea romana nasce proprio delle acque marine e non ad esempio dalla Terra?"
"Perchè Foscolo parla delle rive feconde di Zacinto?"
Dare una risposta breve è impossibile poichè numerosi sarebbero gli aspetti da considerare. Ciò che tuttavia possiamo affermare con sicurezza è che l'Acqua dona la vita ad ogni singolo essere vivente. L'Acqua è dunque simbolo di fertilità e fecondità.

Sitografia:

mercoledì 29 aprile 2020

Prometeo, il primo ingegnere filosofo

È straordinario pensare come la questione della tecnica, un tema che ci appare particolarmente moderno, fosse già discusso ai tempi dell'Antica Grecia. Ebbene si: se leggiamo qualche pagina del Protagora di Platone, ci rendiamo immediatamente conto di come la perizia tecnica fosse già argomento di dialogo filosofico nel IV secolo a.C. 

Prometeo sottrae il fuoco e la perizia tecnica per donarli al genere umano

All'interno del dialogo platonico, in cui si critica il processo educativo caratteristico dei sofisti, si pone l'accento su quello che è il mito greco di Prometeo ed Epimeteo, figli del titano Giapeto, incaricati da Zeus di distribuire equamente le qualità degli dei tra le razze animali destinate a venire al mondo. Epimeteo pregò il fratello Prometeo di lasciargli svolgere questo compito autonamamente. "Dopo che avrò distribuito, disse, tu verrai a controllare". Egli distribuì le varie doti naturali a ogni razza animale al fine di evitare la loro estinzione. A coloro che risultavano essere più deboli conferì velocità per fuggire da coloro che invece erano stati dotati di forza, a coloro che erano facili prede donò immensa prolificità e distribuì ad ognuno strumenti per difendersi dalle intemperie stagionali.

Ma Epimeteo, dotato di scarsa lungimiranza, aveva consumato tutte le possibilità in favore degli animali privi di intelletto. L'uomo era rimasto nudo e inerme, senza armi per difendersi e dunque sopravvivere. Sopraggiunse così Prometeo che, resosi conto della problematica, rubò il fuoco e la perizia tecnica ad Efesto e ad Atena per donarli all'uomo. Quest'ultimo avrebbe così avuto la possibilità di sopravvivere e riprodursi. Gli uomini vennero poi dotati di Aidos (Αἰδώς) e Dike (Δίκη).


Un mito particolarmente attuale

 

Il mito di Prometeo ed Epimeteo racchiude in sè innumerevoli significati di fondamentale rilevanza nella vita odierna. Epimeteo (dal greco Ἐπιμηθεύς, ossia "colui che riflette in ritardo") diviene il simbolo dell'uomo privo di lungimiranza, colui che agisce senza riflettere e si trova poi ad affrontare difficoltà non irrilevanti. Prometeo (dal greco Προμηθεύς, cioè "colui che riflette prima") è invece il simbolo del progresso e della potenza del sapere. Come suggerisce il titolo di questo post egli può essere inteso come il primo ingegnere filosofo, colui che si interroga continuamente e che porta avanti quella che è la ricerca filosofica.

Tuttavia ciò che ci porta a riflettere è quel ribaltamento che si è verificato nella condizione umana. L'uomo è stato dotato di "arti tecniche" per sopravvivere, ma oggi sembra che sia la tecnica ad essere padrona dell'uomo. Egli è divenuto un semplice meccanismo di quel apparato tecno-scientifico che si trova costantemente costretto ad alimentare poter vivere.


Sitografia:


domenica 29 marzo 2020

ll fiume dell'oblio tra Mitologia e Letteratura


Platone (Atene, 428/427 a.C. - Atene, 348/347 a.C.)

Nel X libro de "La Repubblica" viene narrato "Il Mito di Er", uno dei miti più suggestivi e affascinanti dell'intera produzione platonica. Un mito in cui si indaga sul destino ultimo dell'umanità e del singolo individuo, dunque un mito escatologico.

Protagonista è Er, figlio di Armenio, un giovane e valoroso guerriero della Panfilia, disceso nell'oltretomba per conoscere i misteri della reincarnazione delle anime.
"Quando al decimo giorno, si portarono via dal campo i cadaveri decomposti, fu raccolto intatto e ricondotto a casa per essere sepolto. Al dodicesimo giorno, quando già si trovava disteso sulla pira, ritornò in vita e raccontò quella che aveva visto laggiù"  
     La Repubblica, X, 614b (pag. 130) 
  

Ananke e le tre Moire: Cloto, Lachesi e Atropo
La sua anima si era unita a molte altre e insieme ad esse si era diretta verso il fondo di una valle. La moltidudine di anime si presentava quindi al cospetto dei giudici della vita che, sulla base delle azioni compiute in passato, avrebbero deciso il destino di ognuna. 

I giudici affiggevano sul petto di ogni singola anima giusta e sulle spalle di ogni singola anima malvagia la sentenza. 


In seguito ad un periodo di castigo, le anime giungevano al cospetto della dea del destino e della necessità inalterabileAnanke e alle sue tre figlie, le tre Moire.


 
Le tre Moire: le tessitrici della vita
Qui Lachesi presentava alle anime una serie di sorti e di modelli di vita: ognuno sarebbe stato artefice del proprio destino e coloro che avrebbero scelto per ultime avrebbero avuto lo stesso numero di possibilità delle prime. Si presentavano poi da Cloto per confermare la loro scelta e successivamente da Atropo che rendeva il loro destino immutabile.


Le anime si incamminavano infine attraverso la deserta pianura del LETE. Qui si sarebbero abbeverate dell'acqua dell'oblio e avrebbero dimenticato ciò che avevano vissuto nel Regno dei Morti. Er non bevve l'acqua del Lete e, risvegliatosi sulla pira funebre, ebbe l'opportunità di raccontare ai vivi la sua esperienza passata. Er aveva conservato la sua memoria.



Il mito di Er nella Letteratura


Come molti avranno notato la produzione platonica influenzò in maniera evidente la Letteratura Trecentesca. Si pensi a Dante Alighieri, il padre della Letteratura Italiana, che ne "La Divina Commedia", si descrive due fiumi: il Lete e l'Eunoè.

Dante immerso nelle acque del Lete

Matelda fa immergere il poeta nelle acque del Lete per fare in modo che egli dimentichi il Male compiuto sulla Terra e sia dunque pronto a rivedere le stelle. Solo dopo si disseterà con le acque dell'Eunoè che consentiranno lui di ricordare tutto il Bene fatto nella vita terrena.

"La bella donna ne le braccia aprissi; / abbracciommi la testa e mi sommerse / ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi." 
La Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXXI, (100 - 102) 

Bibliografia:  

  • Loescher Editore Torino, Dante Alighieri, La Commedia, Testo integrale, a cura di Robert Hollander e Simone Marchesi.

Sitografia:



giovedì 26 marzo 2020

STEP #04: L'Acqua nella mitologia: benevolenza e avversità

Come tutti sappiamo, l'Acqua ha sempre avuto un ruolo simbolico nella vita dell'uomo. Portatrice di purezza e da sempre associata al concetto di fertilità, l'Acqua è spesso divenuta oggetto di culto e venerazione.


"Hylas and the Nymphs"di John William Waterhouse (Roma, 1849 - Londra, 1917)

Si pensi ad esempio alle Naiadi della Mitologia Greca, le ninfe delle acque dolci dai poteri curativi. Fanciulle dall'immensa bellezza, padrone dei fiumi, dei laghi e delle paludi, capaci di ridonare la salute a tutti coloro che la avevano persa.

I malati bevevano l'acqua delle sorgenti a loro consacrate e solo raramente vi si immergevano. Quest'ultimo era infatti considerato un atto sacrilego e coloro che vi si arrischiavano potevano incorrere nella collera o in qualche malattia misteriosa. Si narra che lo stesso Nerone, dopo essersi immerso nella fonte dell'Acqua Marcia, fu colto da uno stato febbrile e da una successiva paralisi che perdurò per alcuni giorni.

  
Piazza della Repubblica, Fontana delle Naiadi di Mario Rutelli

Le Naiadi, da molti storici considerate figlie di Zeus e note per la loro benevolenza nei confronti del genere umano, potevano dunque divenire le più acerrime nemiche dell'uomo.
A fianco è riportata un'immagine della Fontana delle Naiadi a Roma.
Il capolavoro urbanistico è contraddistinto dalla presenza di quattro figure femminili e dall'emergere di una figura maschile che afferra un delfino. Questi ultimi due soggetti vanno a costituire il gruppo del Glauco, simbolo del dominio dell'uomo sulla forza naturale dell'acqua.

L'acqua che zampilla dalla bocca del delfino sembra essere un elemento inoffensivo per l'uomo. E' veramente così?



Poseidone o Nettuno?
Fontana del Nettuno (Bologna)

Parlando di mitologia, non si può certo non annoverare Poseidone. Il dio del mare, che per i romani altri non era che Nettuno, viene molte volte raffigurato come un uomo dal fisico possente alla guida di un carro trainato da cavalli. Il dio del tridente che permetteva ai marinai di navigare in acque sicure era anche colui che era capace di scatenare violente tempeste, in grado di uccidere chiunque.
E ancora una volta vediamo la benignità e la clemenza dell'Acqua scontrarsi con la sua furia distruttiva.






Neith
Sobek

Dopo aver annoverato la mitologia greca e latina, non possiamo non citare quella egizia. In tale contesto emerge la figura della dea Neith, considerata la personificazione delle acque primordiali della creazione. Considerata madre di Sobek, viene spesso raffigurata mentre allatta un coccodrillo. La divinità egizia maschile era infatti associata al Coccodrillo del Nilo, un essere mortale per tutti coloro che vivevano nelle acque e sulle sponde del Nilo. Sobek, riconosciuto anche come il dio della fertilità, è numerose volte connesso al potere del faraone, al potere di colui che era in grado di proteggere gli Antichi Egizi e il Nilo da ogni sorta di pericolo.




Sitografia: