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venerdì 29 maggio 2020

L'aforisma del giorno: Margaret Atwood

"L'acqua non oppone resistenza. L'acqua scorre.
Quando immergi una mano nell'acqua senti solo una carezza.
L'acqua non è un muro, non può fermarti.
Va dove vuole andare e niente le si può opporre.
L'acqua è paziente. L'acqua che gocciola consuma una pietra.
Ricordatelo. Ricordati che per una metà tu sei acqua.
Se non puoi superare un ostacolo, giragli intorno. Come fa l'acqua."

Margaret Eleanor Atwood (Ottawa, 18 Novembre 1939)

giovedì 28 maggio 2020

200 anni di Infinito


200 anni di Infinito - Ventidue voci per ventidue versi immortali

Il dolce naufragare di Giacomo Leopardi

Una breve introduzione

 

L'Infinito è una delle liriche più famose di Giacomo Leopardi, maggiore poeta e filosofo italiano dell'Ottocento. Un idillio costituito da 15 endecasillabi sciolti in cui la descrizione del paesaggio risulta strettamente legata allo stato d'animo umano. Connotata da un forte intimismo lirico, la lirica si può dividere in due sezioni: una prima dedicata alla raffigurazione del paesaggio di Recanati e una seconda in cui il filosofo si perde nell'infinito.  Attraverso l'uso dell'immaginazione, egli è in grado di valicare quella siepe che esclude, ostacola il suo sguardo. Al di là di essa egli ritrova spazi dalla lunghezza senza limiti, silenzi sovraumani e una quiete profondissima.

15 versi: il racconto di un processo interiore

 

Il secondo manoscritto autografato de "L'Infinito"

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
Spazi di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo; ove per poco
Il cor non si spaura. E come il vento
Odo stormir tra queste piante, io quello
Infinito silenzio a questa voce
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e il suon di lei. Così tra questa
Immensità s'annega il pensier mio:
E il naufragar m'è dolce in questo mare.




L'Acqua ne "L'Infinito" leopardiano

 

Se all'interno dello Zibaldone ritroviamo dei riferimenti diretti all'elemento acquatico, così non accade nella lirica più celebre del poeta recanatese. Sebbene egli faccia uso di termini che alludono a tale concetto, questo non viene mai pronunciato. Tuttavia, inquadrando la lirica del corretto contesto storico e riflettendo sulla condizione psicologica di Leopardi a noi pervenuta attraverso i suo stessi scritti, è possibile riflettere a lungo sul contenuto della stessa. Ai fini della nostra analisi rilevante è l'ultimo verso in cui appaiono vocaboli, quali naufragar e mare. A differenza dell'accezione comune in cui il naufragare è sinonimo di fallimento, nella poesia leopardiana tale verbo si carica di un significato positivo, tanto da essere definito dolce.
Il naufragare del pensiero del poeta nell'immensità, nell'infinito, è tutt'altro che un evento disastroso. Solo con l'utilizzo dell'immaginazione egli è in grado di valicare i limiti impostagli dalla realtà. Egli può finalmente valicare quella siepe e andare oltre quel caro colle solitario che ha sin dalla nascita contraddistinto la sua esistenza. L'utilizzo quindi di termini legati all'Acqua non è casuale. L'Acqua è un qualcosa in continuo mutamento, un elemento che scorre, che non si arresta davanti agli ostacoli. Essa è in grado di superare anche le sfide più ardue, di erodare anche la pietra più dura...

STEP #20: Nello Zibaldone di Leopardi

 
Giacomo Leopardi (Recanati, 1798 - Napoli, 1837)
Lo Zibaldone di pensieri, meglio conosciuto con il solo nome "Zibaldone" è una raccolta sparsa di appunti, riflessioni e aforisma del poeta, filosofo e filologo recanatese Giacomo Leopardi. Un diario personale dalle dimensioni monumentali che lo tenne impegnato per circa quindici anni, dall'eta di diciotto anni fino a pochi anni prima della sua morte. Come si comprende dal titolo presente sulla copertina (Pensieri di varia filosofia e di bella letteratura), si tratta dunque di un insieme di annotazioni, talvolta dal carattere provvisorio, riguardanti ogni ambito disciplinare. Dalle questioni filologiche e letterarie a quelle filosofiche, sino a pensieri di carattere psicologico e autobiografico.


L'Acqua nello Zibaldone Leopardiano


In tale contesto non poteva dunque mancare qualche riferimento all'elemento cardine dell'universo, la sostanza che consente la vita sul nostro pianeta.

Ripercorrendo il flusso di pensieri di Giacomo Leopardi all'interno dello Zibaldone, ci imbattiamo in alcune apparentemente ingenue riflessioni. Si tratta invece di pensieri dal profondo significato che sembrano richiamare quanto il poeta aveva già espresso all'interno della sua più celebre poesia "L'Infinito" del 1819. Sebbene all'interno di quest'ultima non appaia esplicitamente il termine Acqua, i riferimenti sono particolarmente evidenti. Ma di tale lirica ci occuperemo in un altro post.
Ritornando invece allo Zibaldone, numerose sono le affermazioni degne di note. Eccone una di seguito.

 "Io era oltremodo annoiato della vita, sull’orlo della vasca del mio giardino, e guardando l’acqua e curvandomici sopra con un certo fremito, pensava: s’io mi gittassi qui dentro, immediatamente venuto a galla, mi arrampicherei sopra quest’orlo, e sforzandomi di uscir fuori dopo aver temuto assai di perdere questa vita, ritornato illeso, proverei qualche istante di contento per essermi salvato, e di affetto a questa vita che ora tanto disprezzo, e che allora mi parrebbe più pregevole. La tradizione intorno al salto di Leucade poteva avere per fondamento un’osservazione simile a questa."
Zibaldone di pensieri (pag.1 - 199), (82 - 83)

Se ci gettassimo in uno specchio d'acqua e riuscissimo a venire a galla, forse disprezzeremmo meno la nostra vita. Forse proveremo un'istante di serenità e di appagamento per esserci salvati dall'annegamento. Se un istante prima stavamo per perdere la vita, ora ci ritroviamo illesi sulla terraferma.

Salvarsi dall'innagamento

venerdì 22 maggio 2020

La fecondità delle acque

Né più mai toccherò le sacre sponde
ove il mio corpo fanciulletto giacque,
Zacinto mia, che te specchi nell'onde
del greco mar da cui vergine nacque

Venere, e fea quelle isole feconde
col suo primo sorriso, onde non tacque
le tue limpide nubi e le tue fronde
l'inclito verso di colui che l'acque

cantò fatali, ed il diverso esiglio
per cui bello di fama e di sventura
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra; a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

 La nascita di Venere, Sandro Botticelli, 1485, Gallerie degli Uffizi

14 versi per celebrare la patria natale o meglio la patria ideale di Niccolò Foscolo, il poeta e scrittore italiano nato a Zante nel 1778. Un sonetto in cui il poeta, identificandosi con la figura di Ulisse, piange la sua agognata terra e profetizza per sè stesso un esilio perpetuo.

È proprio all'interno di tale componimento poetico che emerge la figura dell'Acqua, la sostanza che ha assistito alla nascita di Venere e che ha reso feconde le sponde della città di Zacinto, l'odierna Zante. Esattamente come quest'ultima, anche l'Acqua si carica di sacralità. Nelle acque della Grecia, terra della poesia e della mitologia, nacque Venere, la dea romana della bellezza e dell'Eros. La donna pura, semplice e dall'eterna bellezza disadorna dell'anima che emerge dalle acque. 
Sorge dunque spontaneo chiedersi: 
"Perchè la dea romana nasce proprio delle acque marine e non ad esempio dalla Terra?"
"Perchè Foscolo parla delle rive feconde di Zacinto?"
Dare una risposta breve è impossibile poichè numerosi sarebbero gli aspetti da considerare. Ciò che tuttavia possiamo affermare con sicurezza è che l'Acqua dona la vita ad ogni singolo essere vivente. L'Acqua è dunque simbolo di fertilità e fecondità.

Sitografia:

domenica 5 aprile 2020

STEP #07: Giuseppe Ungaretti - Una biografia in poesia



"I fiumi", celebre poesia contenuta nella raccolta "L'Allegria" del 1931, viene definita la "carta di identità" di Giuseppe Ungaretti. Di immenso impatto è la prima strofa, nella quale il poeta alessandrino descrive un paesaggio deserto, arido, mutilato dalla guerra. Un circo privo di spettatori. 

Giuseppe Ungaretti, assimilatosi ad un unico superstite nel Primo Conflitto Mondiale, si distende nelle acque dell'Isonzo e si lascia levigare come un sasso dalle acque del fiume. In questa identificazione panica con la Natura, l'Acqua assume un ruolo di purificatrice. Il corpo depurato del poeta in contrasto con i vestiti "sudici di guerra", l'elemento puro per eccellenza in contrasto con il sangue versato in periodo di guerra. 
"Stamani mi sono disteso / In un'urna d'acqua / E come una reliquia / Ho riposato"
Scritto originale de "I fiumi", 16 Agosto 1916

Ulisse e il suo mare di conoscenza

"Ulisse" di Mario Camerini, 1954

Ci siamo mai domandati la motivazione per cui il viaggio di Ulisse avvenga per mare? L'Odissea potrebbe essere definita come l'epopea della vittoria dell'eroe acheo per eccellenza contro i pericoli delle onde? E quale ruolo riveste l'acqua all'interno del poema omerico? 

Non è di certo un caso che il personaggio di Odisseo ci venga presentato seduto in riva al mare, consumato dal desiderio di fare ritorno nella sua terra natìa. Nasce qui la contrapposizione tra l'animo tormentato dell'eroe e la natura inconsumabile delle onde, nelli quali Ulisse ricerca la via del ritorno. 
"Ma di giorno, seduto sugli scogli e sulle rive, / con lacrime e gemiti e dolori lacerandosi il cuore, / guardava spesso il mare inconsunto, e lacrime versava."                           BUR, Odissea, V Canto, 156 - 158, pp.359 

   
Ulisse e i Ciclopi

Altrettanto interessante diviene analizzare il rapporto tra Ulisse e il dio del mare Poseidone. L'eroe greco, in seguito all'accecamento del ciclope Polifemo, è tormentato da Poseidone che scaraventa contro di lui un mare di avversità. Avversità che prolungeranno il ritorno di Ulisse nella città di Itaca. 




Un viaggio infinito, segnato da innumerevoli peripezie, che avviene interamente per mare, un elemento impervio e tempestoso per i naviganti, ma allo stesso tempo fonte di nostalgia e riflessione. 

Ma la figura di Ulisse non compare solo nel poema omerico. 

Copertina a cura di Adolfo de Carolis



Non bisogna assolutamente dimenticare il contributo dato da Gabriele d'Annunzio in "Maia", poema autobiografico e primo libro delle "Laudi del cielo e del mare, della terra e degli eroi". Il poeta Vate fa apparire Ulisse come un superuomo, come colui che si erge dalla massa e si innalza al pari del divino. E' il modello da seguire per tutti coloro che desiderano vivere al di sopra della mediocrità, per tutti coloro che intendono essere artefici del proprio destino. Ulisse è colui che sfida il mare in tempesta. L'acqua è dunque vista come un nemico contro cui combattere. 







Umberto Saba (Trieste, 1883 - Gorizia, 1957)

Si aggiunge poi la poesia "Ulisse" di Umberto Saba, il poema conclusivo della sezione "Meditaranee" del "Canzoniere". Emerge qui la figura dell'eroe acheo dallo spirito indomabile, l'uomo che non potrà mai trovare un porto sicuro in cui riposare, spinto dalla sua curiosità. 




Edizione originale "Ulysses" del 1922



Ricordiamo infine l' "Ulysses" di James Joyce, uno dei romanzi più rilevanti della letteratura del XX secolo. Attraverso il monologo interiore e lo "stream of consciousness", viene narrata la storia di una giornata, il 16 Giugno 1904.






Sitografia: