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giovedì 28 maggio 2020

STEP #19: L'Acqua del Paradiso nell'isola di Bensalem

  
Sir Francis Bacon (Londra, 1561 - Londra, 1626)


Dove si potrebbe collocare il concetto di Acqua nel pensiero utopico se non ne "La Nuova Atlantide" di Francis Bacon? Un'opera pubblicata postuma nel 1627 in cui viene descritta una società felice, basata sulla Ragione e sulla Scienza, un'isola con un qualcosa di sovrannaturale, angelico più che magico. Un luogo in un angolo remoto della Terra abitato da uomini e donne celati e invisibili agli altri come esseri divini. Queste sono alcune delle peculiarità dell'isola di Bensalem, su cui 51 viaggiatori, partiti dal Perù per giungere in Asia, naufragano.




"Fra le altre abbiamo un'acqua che chiamiamo "acqua del Paradiso", poiché, grazie alle operazioni a cui è da noi sottoposta, è assai salutare ed efficace per la conservazione e il prolungamento della vita"
Francesco Bacone, La Nuova Atlantide, pag.25  

Un racconto utopico rimasto incompiuto in cui si esalta il dominio e il progresso della scienza e della tecnica nella società. Un'istituzione intellettuale, il fiore all'occhiello di un'isola immaginaria nell'Oceano Pacifico, in cui vengono svolti esperimenti e si introducono innovazioni. Qui, nella Casa di Salomone o anche detta "Collegio delle Opere dei Sei Giorni" si studiano i fenomeni naturali e le opere di Dio. Qui si producono nuovi medicinali, si elaborano strumenti tecnici all'avanguardia, si depura l'acqua salata per renderla dolce... Un'isola laboratorio, paradiso della Tecnica, in cui si tenta di migliorare la vita di ogni cittadino. 
E proprio in tale contesto viene esaltata la virtù dell'Acqua, il composto chimico in grado di nutrire gli esseri viventi, capace di migliorare e dunque di prolungare la loro esistenza. Non a caso il filosofo inglese si riferisce a tale composto parlando di "Acqua del Paradiso", al fine di indicare e sottolineare le sue proprietà benefiche. L'Acqua è descritta come un qualcosa che detiene un potere innato che permette di alimentare e conservare a lungo le membra umane e quelle di ogni altro essere vivente terrestre o acquatico. 

New Atlantis, La Nuova Atlantide, di Francis Bacon


mercoledì 29 aprile 2020

Prometeo, il primo ingegnere filosofo

È straordinario pensare come la questione della tecnica, un tema che ci appare particolarmente moderno, fosse già discusso ai tempi dell'Antica Grecia. Ebbene si: se leggiamo qualche pagina del Protagora di Platone, ci rendiamo immediatamente conto di come la perizia tecnica fosse già argomento di dialogo filosofico nel IV secolo a.C. 

Prometeo sottrae il fuoco e la perizia tecnica per donarli al genere umano

All'interno del dialogo platonico, in cui si critica il processo educativo caratteristico dei sofisti, si pone l'accento su quello che è il mito greco di Prometeo ed Epimeteo, figli del titano Giapeto, incaricati da Zeus di distribuire equamente le qualità degli dei tra le razze animali destinate a venire al mondo. Epimeteo pregò il fratello Prometeo di lasciargli svolgere questo compito autonamamente. "Dopo che avrò distribuito, disse, tu verrai a controllare". Egli distribuì le varie doti naturali a ogni razza animale al fine di evitare la loro estinzione. A coloro che risultavano essere più deboli conferì velocità per fuggire da coloro che invece erano stati dotati di forza, a coloro che erano facili prede donò immensa prolificità e distribuì ad ognuno strumenti per difendersi dalle intemperie stagionali.

Ma Epimeteo, dotato di scarsa lungimiranza, aveva consumato tutte le possibilità in favore degli animali privi di intelletto. L'uomo era rimasto nudo e inerme, senza armi per difendersi e dunque sopravvivere. Sopraggiunse così Prometeo che, resosi conto della problematica, rubò il fuoco e la perizia tecnica ad Efesto e ad Atena per donarli all'uomo. Quest'ultimo avrebbe così avuto la possibilità di sopravvivere e riprodursi. Gli uomini vennero poi dotati di Aidos (Αἰδώς) e Dike (Δίκη).


Un mito particolarmente attuale

 

Il mito di Prometeo ed Epimeteo racchiude in sè innumerevoli significati di fondamentale rilevanza nella vita odierna. Epimeteo (dal greco Ἐπιμηθεύς, ossia "colui che riflette in ritardo") diviene il simbolo dell'uomo privo di lungimiranza, colui che agisce senza riflettere e si trova poi ad affrontare difficoltà non irrilevanti. Prometeo (dal greco Προμηθεύς, cioè "colui che riflette prima") è invece il simbolo del progresso e della potenza del sapere. Come suggerisce il titolo di questo post egli può essere inteso come il primo ingegnere filosofo, colui che si interroga continuamente e che porta avanti quella che è la ricerca filosofica.

Tuttavia ciò che ci porta a riflettere è quel ribaltamento che si è verificato nella condizione umana. L'uomo è stato dotato di "arti tecniche" per sopravvivere, ma oggi sembra che sia la tecnica ad essere padrona dell'uomo. Egli è divenuto un semplice meccanismo di quel apparato tecno-scientifico che si trova costantemente costretto ad alimentare poter vivere.


Sitografia:


Una riflessione sullo statuto della Tecnica

Negli ultimi trent'anni il mondo ha subito un cambiamento radicale e sconvolgente. Dal 1989, anno in cui un giovane di nome di Tim-Berners Lee portò alla nascita del World Wide Web, il mondo è stato soggetto ad una crescita esponenziale. Un progresso incontrollato in cui la tecnologia è entrata a far parte delle nostre vite, senza che molti di noi se ne rendessero conto. Ma la riflessione di oggi non mira ad essere un breve excursus sulla storia della Tecnologia, quanto una disquisizione sullo statuto della Tecnica nel mondo contemporaneo. 

Rapporto uomo - macchina: un rapporto di parità


Oggi siamo forse giunti ad un punto di non ritorno, in cui la tecnica da "mezzo" che era è divenuta "fine". Se un tempo gli uomini si interrogavano su cosa si potesse fare con la tecnica, oggi la domanda che ci possiamo porre è: "Che cosa la tecnica può fare di noi?". Un interrogativo che incute timore in quanto fa presagire un inevitabile dominio della tecnica sull'essere umano. Molti riflettono giustamente sul processo di continua robotizzazione e digitalizzazione che potrebbe comportare una concezione differente di lavoro e che dunque potrebbe sostituire gli umani all'interno dei loro uffici. Da una parte dunque si hanno coloro che vedono nella tecnica un elemento che potrà soppiantare l'uomo, dall'altre parte invece coloro che considerano attuale un perfetto connubio tra uomo e tecnica. Ciò a cui bisogna prestare attenzione può essere riassunto una breve affermazione: noi umani non dobbiamo divenire strumenti e meccanismi a disposizione della Tecnica, ma dobbiamo instaurare con essa un rapporto di perfetta parità. Non dobbiamo in alcun modo divenire schiavi della Tecnica.


    
Umberto Galimberti (Monza, 2 Maggio 1942)
Di interesse rilevante diviene in tale ambito "Psiche e techne, L'uomo nell'età della tecnica",  opera di Umberto Galimberti. Il filosofo e sociologo lombardo pone l'accento in maniera piuttosto netta su quello che il rapporto tra uomo e tecnica. Già secondo la tradizione greca (si pensi al mito di Prometeo ed Epimeteo), l'uomo, privo di istinti, è stato dotato di perizia tecnica per adattarsi al mondo. Ma se prima la tecnica era modesta e l'uomo aveva la possibilità di ritenerla al suo servizio, oggi la tecnica è divenuta l'ambiente in cui viviamo. Siamo noi uomini ad essere soli e semplici funzionari dell'apparato tecnico. Svolgiamo algoritmi in maniera razionale, eliminando completamente la nostra natura passionale. Si è ormai giunti ad una disumanizzazione, in cui la tecnica è divenuta il fine ultimo da raggiungere, il fine della nostra esistenza.


La tecnica è passata dall'essere mezzo di produzione all'essere il fine del processo produttivo. Un discorso che può sembrare estremo, ma che mette in luce la verità, la condizione in cui viviamo. Se ci rassegniamo alla tecnica, finiremo per essere tiraneggiati da essa più di quanto lo siamo ora.